Capo Verde senza stress

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Valigie pronte sulla soglia di casa, biglietti alla mano, passaporto in tasca. C’è tutto. Io e mia mamma ci siamo, siamo pronte. Salutiamo Marco e papà alla stazione di Viareggio e saliamo sul treno per Milano Centrale, da lì prenderemo il bus navetta per Malpensa, un aereo per Lisbona e poi uno ancora per Sal, un’isola dell’arcipelago capoverdiano. È lì dove, anni fa, mia zia e mio zio decisero di trasferirsi: su uno scoglio salato in mezzo all’Atlantico; un arcipelago formato da una manciata di isole che siedono tra il Senegal e il Brasile, al sole, tra le onde, accarezzate dalle tavole dei surfisti e annaffiate dalla caipirinha dei turisti.

 

Il viaggio inizia nel più rocambolesco dei modi, io, troppo fiduciosa, ho prenotato Trenitalia senza tener conto dei ritardi che inevitabilmente ci avrebbero rallentate. Venti minuti fermi a La Spezia: una ragazza si sente male. Rallentamenti subito dopo Genova: nevica che non si vede da qui a lì. “Din, Don” suonano gli altoparlanti, “Il treno è in ritardo di quarantacinque minuti a causa di un guasto ai motori. Trenitalia si scusa per il disagio” sentenzia l’ufficiale. Arriviamo alla stazione di Milano appena in tempo per prendere l’ultima navetta utile.

E poi: il traffico milanese. Una giungla di clacson, macchine, tram, pedoni. Abbiamo venti minuti prima che chiuda il Gate. Quindici. Dieci. Arriviamo al Terminal 1, scannerizziamo i passaporti, entriamo, alziamo gli occhi verso i monitor e.… l’aereo ha un ritardo di un’ora e mezza.

Ridendo istericamente ci sediamo e facciamo La Settimana Enigmistica. Finalmente ci imbarchiamo e, com’era prevedibile, atterriamo a Lisbona con un ritardo scandaloso. Eravamo in coda in quella specie di tunnel che collega l’abitacolo dell’aereo al gate, quando alcune hostess iniziano a correre gesticolando animatamente ed urlando in varie lingue le indicazioni per le coincidenze dei voli di Sal e Dakar.

Corriamo anche noi con gli altri viaggiatori attraverso l’affollato e intricato aeroporto portoghese seguendo le indicazioni urlate dalle assistenti di terra “Gate thirty-four. Gate Thirty-four”, urlano. Trasciniamo i piccoli trolley dietro di noi, le giacche buttate addosso, le sciarpe svolazzanti. Sembriamo maratoneti a poche centinaia di metri dall’arrivo ma goffe come anatre che si rincorrono in uno stagno.

“Sbam” il rumore metallico del visto che viene timbrato sul passaporto. È oltre l’una di notte, sono già tredici ore che viaggiamo e siamo esauste.

“Sbam” il rumore metallico del visto che viene timbrato sul passaporto. È oltre l’una di notte, sono già tredici ore che viaggiamo e siamo esauste. All’uscita scorgiamo un cartello con scritti i nostri nomi e nemmeno ci speravamo! Incredibile, l’hotel si è ricordato di mandarci il taxi! Stringiamo la mano al giovane tassista, e ci avviamo alla vettura.
Accende il motore e la macchina sobbalza in avanti, con una manovra degna di GTA esce dal parcheggio e raggiungendo i 100 km/h sfreccia lungo una strada buia, a doppia corsia, intervallata da grandi rotonde. Laggiù, nell’oscurità, c’è il deserto e oltre le dune e la sterpaglia l’oceano; davanti a noi le luci della città di Santa Maria.  

“Din Don” suoniamo il campanello dell’Hotel ma niente. “Din Don” niente. Il guardiano notturno ha lasciato la sua postazione per andare a fare i comodi suoi. Aspettiamo pazienti “siamo in Africa, qui niente va bene al primo tentativo” ripeto a voce alta. Quindici, venti, venticinque minuti. Il ragazzo ha aspettato con noi e quando ci vede sbadigliare si attacca al telefono cercando di rintracciare la receptionist. Annuisce, ci guarda e alza il pollice all’insù. Ottimo. Attacca il telefono e lo ripone in tasca. Poco dopo un’assonnata receptionist francese viene ad aprire la porta dell’Hotel e ci conduce nella nostra stanza. Sono le tre di notte. Porca paletta.

Il mattino seguente un’abbondante colazione con pane tostato, marmellata e l’enorme frittata compensano le poche ore di sonno. Il caffè, purtroppo, è da dimenticare.
Usciamo aspettandoci che il sole picchi feroce, invece un gelido vento pungente ci investe, ci stringiamo nella felpa e camminiamo verso il centro. La piccola chiesa coloniale blu e bianca stona in mezzo ai negozi di souvenir, accanto un palazzo di tre piani, iniziato ma mai finito.

 

I giorni scorrono veloci, ci aggiriamo per l’isola come se fossimo ospiti di un parente e non turiste. Notiamo i cambiamenti con occhio critico. Non ci piacciono le pieghe e le svolte che l’isola e gli abitanti hanno preso. È molto, enormemente, cambiata rispetto alla prima volta che si visitò. “Pensa” dice mia mamma “quando la zia si trasferì non c’era nemmeno la corrente. Ora hanno un Casinò e un Hilton”

 

I paradossi dell’isola si vedono, sono percepibili. La prima impressione delcentro storico è quella di essere su una Ramblas spagnola: movimentata, musicale, colorata, leggermente esotica, si percepisce che non siamo nel nostro contesto occidentale ma non sembra di essere in Africa. Passiamo davanti a una gelateria, mi soffermo a guardare i prezzi e mi si accappona la pelle: due palline di gelato a 3 euro: nemmeno in Piazza Mazzini a Viareggio ci sono questi prezzi.

C’è tutto: pizza, crepes, ristoranti italiani come se piovesse. D’altronde è questo che vogliono i turisti, no? Viaggiare, spostarsi, vedere, conoscere, ma sempre con il dovuto distacco e le dovute precauzioni. Va bene lasciare il divano di casa e venire in Africa, ma perché rinunciare alla pasta, al gelato o al cappuccino?!

Siamo sul pontile, i pescatori di tonno hanno portato le loro prede e le donne si accingono a pulirle. L’odore acre di sangue ed interiora entra nelle narici, i fluidi colano lungo i coltelli, scorrono sui polsi e sulle mani e ricadono in acqua. I tonni pinna gialla sono sdraiati di fianco sulle travi sconnesse del molo, hanno smesso di vivere, di battere le pinne… Clic. immortalo il momento.

 

 

Sfidiamo il vento e decidiamo di fare due passi lungo la battigia, guardiamo il sole che tramonta e ci rifugiamo in un bar per bere un succo di frutta e riflettere sullo stile di vita di questo popolo.

 

 

 

Tempo addietro ho letto in un romanzo: “escludi un uomo dal corso del tempo e finirà di penare”, dice mia mamma. Forse questo è quello che è successo in quest’isola. Il tempo, sotto a questo sole cocente, deve aver perso il suo impulso, come se fosse rimasto a scandire solamente il cambiamento della luce, il baluginare delle ombre nella notte, liberando l’uomo capoverdiano dal penare di vivere.

Un tempo lungo e dilatato per compiere ogni azione, un tempo languido, all’apparenza eterno, un tempo senza tempo scandito dalle maree, dalle onde, dal vento e dai sorrisi dei capoverdiani dell’isola di Sal. È un popolo pacifico che non conosce fretta, impulsi, movimenti frenetici. Ed era così quando si venne la prima volta, nei primi anni del 2000. Poi sono arrivati i turisti.

Nonostante questa invasione, di quei tempi lontani, ma non ancora persi, i capoverdiani non ne hanno voluto perdere traccia e due parole hanno scritto sulle pareti esterne delle loro case “No Stress”.

Le hanno immortalate per non dimenticarsene, o per avvisare il turista appena sbarcato dall’aereo che deve adattarsi alla loro vita, ricordarsi sempre di non avere fretta. No stress è diventato il loro motto, e lo hanno impresso sui menù dei ristoranti, sulle collanine che vendono per due soldi, sui braccialetti.

No stress significa facciamo le cose con calma, nessuno ci corre dietro: “che dovete fare? Mica dovete lavorare”.
Ci risponde il cameriere quando, dopo un’ora che aspettiamo il piatto del giorno, chiediamo quanto manca. Sembra una punizione per noi turisti, aspettare per due ore un piatto di riso con verdure. In questo ristorante dalle tavolette arancioni, mia mamma ed io inganniamo l’attesa giocando a dadi, conosciamo bene la flemma locale.

I turisti sono basiti, si guardano confusi, parlano con i commensali dei tavoli vicini, inglesi, norvegesi, tedeschi, italiani, americani, tutte vittime della lentezza africana, sono visibilmente stressati dopo due ore di attesa. Anche se sono turisti, anche se non hanno niente da fare se non andare in spiaggia, dopo due ore sono sull’orlo di una crisi isterica – insicuri se alzarsi o se continuare a flagellarsi aspettando un piatto che, forse, non arriverà nemmeno. 

È una punizione, bell’e buona. Abbiamo invaso il loro territorio e questo è lo scotto da pagare. Noi occidentali che contiamo i minuti, noi sempre di fretta, noi iperattivi col terrore di sprecare il tempo. Prezioso tempo.


 

Abbiamo cercato la Capo Verde che incontrammo anni fa, ci siamo perse nelle stradine, tra le piccole case dipinte con colori sgargianti, basse ed armoniche che sembrano disegnate su un foglio da bambini delle elementari. Ne rimangono ancora alcune.

Le abbiamo contemplate con tristezza, come se guardassimo un animale ferito, un ultimo baluardo di una qualche specie a rischio d’estinzione; tra qualche anno non ne rimarrà nessuna. Ci siamo fermate in un angolo ad annusare l’aria perché in uno dei cortili stanno arrostendo del pollo speziato. Alcuni passanti comprano qualche coscetta e la mangiano in piedi, vicino al cuoco improvvisato. I bambini si tirano un pallone, delle signore cuciono sedute in semicerchio su sgabelli, gli uomini sistemano le reti da pesca e le nasse. Questa parte della città non sembra essere stata toccata dal turismo, né dal tempo. Ci allontaniamo, contente che un po’ dell’autenticità sia rimasta e non sia andata perduta.

 

Pazienza, tanta pazienza. Ne serve una valigia piena. Ma anche un giubbino, perché qui il vento la fa da padrone. Costume da bagno, crema solare, ciabatte, tanta voglia di fare un salto nel mare blu, pulito ma subito profondo, agitato da correnti impetuose.

Siamo in pieno Atlantico, dopotutto. Anche se, ad onor del vero, sfortuna ha voluto che durante la nostra permanenza facesse un freddo barbino, sicché non abbiamo minimamente usufruito né della spiaggia né tantomeno del mare. Pazienza, appunto.

 

Articolo scritto a quattro mani con Monica Santucci

 

Galleria Fotografica della città di Espargos: riuscite a indovinare che tipo di negozio era quello azzurro nella prima foto?

 


 

 

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By |2018-09-21T17:43:27+00:00marzo 30th, 2018|Africa|1 Comment

About the Author:

Vegetariana e caffeinomane, coltivo da anni un'intensa passione per i biscotti, i popcorn, i bei libri e le arti. Dopo una laurea in Lingue e un Master in Comunicazione Interculturale ho viaggiato e lavorato tra Europa e Africa. In Danimarca ho lavorato in una fattoria con 120 cavalli, in Marocco ho vissuto in una scuola e fatto snowboard sulle dune del Sahara, ho attraversato la Transilvania in autostop sulle tracce di Dracula, in Grecia mi sono addormentata su un traghetto e sono sbarcata sull'isola sbagliata, a Parigi ho assaporato la vita bohémien scoprendone gli angoli più remoti e nascosti, e tante altre avventure...

One Comment

  1. MONICA SANTUCCI marzo 30, 2018 at 3:13 pm - Reply

    L’articolo rende bene l’idea di quella che è oggi Capo Verde, con i suoi abitanti, i turisti e il suo mutare…. che purtroppo ha coinvolto anche il clima, oramai influenzato da correnti fredde e piovose. Rimane comunque una bellissima esperienza a due che rimarrà nel cuore, grazie Laura.

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