Yangon, la capitale commerciale ed intellettuale del Myanmar.

Chi non è mai stato in oriente non può sapere cosa sia una città affollata di persone, cose, animali, bancarelle di cibo, mercanzie varie. Non sa cosa siano i rumori e non ha idea di cosa voglia dire camminare sommersi dagli odori, più o meno gradevoli, il tutto avvolto in una coltre di polvere che arrossa gli occhi e secca la gola.

E’ come ritrovarsi in un solo colpo in una dimensione claustrofobica e caotica, ovunque volgi lo sguardo i tuoi sensi sono come storditi e sommersi. Decine e decine di persone che vanno e vengono, un caos infernale di motorini e auto che sfrecciano senza alcun rispetto stradale, una cacofonia di clacson e richiami, tricicli e carretti carichi all’inverosimile di persone attaccate ad ogni appiglio possibile, in bilico e ondeggianti come bandiere al vento. I colori degli abiti, delle merci esposte sui marciapiedi, le cibarie di ogni tipo cotte lungo le strade, sotto un terribile caldo umido che tutto amplifica. Mille parole non basterebbero per descrivere Yangon, la capitale economica del Myanmar, dove atterriamo dopo un giorno di viaggio.

Come orientarsi a Yangon

Prendere confidenza con la città non è facile, e la prima cosa che dobbiamo imparare è attraversare quelle strade in cui il traffico è molto caotico, cioè a tuffarci tra un auto e l’altra pregando di arrivare vive dall’altra parte. Le strisce pedonali non esistono e i semafori sono ben pochi. I viali, invece, nelle zone adiacenti ai siti turistici, sono molto meno intasati.

Muovendo i primi passi per la strade notiamo a terra continue macchie rossastre, ci chiediamo cosa siano ma non riusciamo a capirne la provenienza.

Visitare Templi, Pagode o Paya a Yangon

Incontriamo e visitiamo le prime pagode, o paya, da quelle piccole e poco appariscenti situate in viuzze lontano dal centro a quelle scintillanti d’oro, imponenti, sfarzose e famose che richiamano fedeli da tutta la nazione.

Le pagode, dette anche stupe, sono costruzioni coniche che svettano verso il cielo, vuote all’interno e non aperte al pubblico, alcune rivestite d’oro, altre solo tinteggiate, ed è al contorno di esse che si svolge la ossequiosa religiosità orientale.

Ci sono riti precisi che vediamo compiere. Chiediamo alle persone, oppure alle guide locali che sono ben liete di illustrarci per pochi spiccioli.

Si entra rigorosamente a piedi scalzi, per questo è meglio calzare un paio di comodi sandali, perché a fine giornata ve li sarete tolti e rimessi mille volte. Braccia e ginocchia devono essere coperti, portatevi dietro uno scialle, da togliere e mettere con facilità.

Suonare il gong, rovesciare per tre volte l’acqua in capo alla statua di un Buddha (ma non uno qualsiasi, dobbiamo trovare quello del nostro giorno di nascita), accendere candele e donare fiori, oppure comprare piccole lamine d’orate nelle apposite bancarelle da apporre poi sulle stupe e a volte sopra al corpo dei Buddha, sono tutti riti propiziatori, inni alla speranza. Poi, seduti sulle gambe flesse, iniziano le preghiere.

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Sule Paya, un oasi di pace a Yangon

E’ quello che facciamo nella Sule Paya, la prima che visitiamo. Questa si trova nel bel mezzo della principale rotonda spartitraffico della città. Un’oasi di pace, nel pieno del traffico cittadino.

Di solito nel giardino circostante la pagoda si trova un albero: l’albero di Buddha, dove, come ricorda la leggenda, sotto ad uno di essi l’eletto raggiunse l’Illuminazione.

L’albero del Buddha che si trova nella Sule Paya di Yangon

Tra Sacro e Profano

Intanto che giriamo abbiamo scoperto cosa sono quelle macchie rosse per terra, non sono altro che grumi di saliva. Nelle apposite bancarelle, con mani veloci, i venditori prendono una foglia di albero chiamato Betel e la arrotolano con dentro una cosa bianca e lattiginosa non meglio identificata. Il tutto viene deposto in bocca e masticato. Il Betel macchia i denti e le labbra di rosso, aumenta la salivazione e quindi non rimane che sputare per terra. Non è molto carino vedere le bocche piene di questa roba che sembra rallegrare l’umore e bisogna anche stare attenti perché i birmani non hanno ritegno e lo sputo può arrivarti vicino, molto molto vicino, fino a sfiorarti…

I primi monaci che incontriamo, in questo caso sono ragazze

Incontrare i primi monaci che procedono spediti è un’emozione, gli uomini indossano una tonaca rosso bruno, le donne rosa. Bambini, giovani ragazze, uomini anziani tutti e tutte completamente rasati a zero, vengono spogliati di tutto per scoprire dentro di loro ciò che è veramente importante. Hanno un drappo di tessuto penzolante su una spalla e tengono per mano una ciotola per ricevere le offerte.

Ci sono decine di cose da sapere, infomazioni da chiedere per capire e conoscere. Dobbiamo avere pazienza, la nostra sete di curiosità verrà esaudita.

Intanto che il giorno sta finendo ci avviamo verso la più grande delle pagode di Yangon: Shwedagon Paya, da dove ammireremo il nostro primo tramonto birmano.

Shwedagon Paya

Ci sono quattro scalinate che conducono alla terrazza principale dove si apre la vista sull’immensità di questo sito, uno dei più sacri del buddhismo. La stupa è alta 99 metri ed ornata da 27 tonnellate di foglie d’oro e custodirebbe otto capelli del Gautama Buddha.

Shwedagon Paya
Shwedagon Paya

Decine di fedeli pregano seduti per terra davanti a precise statue, o piccoli templetti che contornano il templio principale. Alla sera vengono accese candele e luci, l’atmosfera, se possibile, si fa ancora più mistica.

Il tramonto dalla Shwedagon Paya

Yangon Cosa Vedere

Merita una visita Botataung Paya, un templio originale, caratterizzato da un lungo corridoio rivestito d’oro, dal pavimento al soffitto, che si dipana attorno allo zedi, uno stupa dorato alto 40 metri.

Così come il mercato di Bagyoke Market, una struttura composta da due mercati, di cui quello più vecchio risalente al 1920. Il momento migliore per visitarlo è alla mattina quando è nel pieno dell’attività e dove impariamo a conoscere la pietra simbolo della birmania: la giada.

Una bancarella che vende manufatti di giada

Il Chaukhtatgyi Paya è un Buddha sdraiato lungo ben 65 metri, dal volto sorridente.

Le posizioni dei vari Buddha rappresentano scene di vita quotidiana, quello sdraiato indica i suoi ultimi istanti di vita, quando ha raggiunto il Nirvana, la pace interiore.

Il Buddha sdraiato della Chaukhtatgyi Paya

Ngahtatgyi Paya rappresenta un Buddha seduto, il più affascinante di tutto il paese. La sua espressione è serafica, il volto decorato con oro e pietre preziose.

Quando il Buddha è seduto vuol dire che sta meditando, se poi volge le dita della mano destra verso terra e la sinistra posata in grembo significa che ha raggiunto l’Illuminazione grazie alla meditazione.

Ngahtatgyi Paya

Cosa mangiare a Yangon

Per cena ci dirigiamo nel centro città, dove una via dietro l’altra è tutta una cucina all’aperto. Vengono arrostiti pesci strani, spiedini di carne, verdure. Ci sono venditori di insetti, grilli e altri animali sconosciuti.

Meno male che c’è la birra del Myanmar che ci consola dallo scarso cibo mangiabile, perché diciamolo chiaramente, un pasto costa poco più di 4/5 euro, ma in birmania si mangia veramente male (a parte poche eccezioni) e sempre con la solita costante a colazione, pranzo e cena: il riso.

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Dalah

Con un traghetto raggiungiamo Dalah, un villaggio adagiato su un lembo di terra nel golfo di Yangon.

Appena scese veniamo accerchiate da uomini che offrono corse in trishaw, accettiamo e partiamo.

E’ subito evidente che la zona è molto povera, palafitte di lamiere e teli lambiscono le acque. Bambini giocano nel fango, tra rifiuti e ristagni putridi. Ci corrono dietro, chiedendoci l’elemosina. Ci sentiamo fuori luogo, tanto che non riusciamo neanche a scattare qualche foto. Non si può in questo modo catturare la sofferenza umana. E’ come rubare la loro dignità, forse l’unica cosa che gli rimane e proprio non ce la sentiamo.

Questa zona è stata fortemente danneggiata dallo tusnami del 2004 e da allora è rimasta tale e quale.

Chiediamo ai nostri conduttori di tornare indietro, la miseria imbarazza noi, ma ci pare di capire che anche gli abitanti non ci vedano di buon grado, ma questi fanno finta di non capire e continuano imperterriti il tuor.

Poi tutto ci è chiaro, prima ci fanno vedere la fame e la sofferenza, la denutrizione e la mancanza totale di igiene, poi ci chiedono di comprare per quei bambini appena incontrati un sacco di riso. Compriamo il sacco da venti chili di riso, sperando che davvero arrivi in bocca a quei bimbi.

In giro a Dalah con il trishaw
Il sacco di riso che compriamo con tanto di autografo

Sparse per la città si trovano varie case da tè dove rifocillarsi e riposare un poco, e vi assicuro che ne avrete bisogno.

Due giorni a Yangon sono sufficienti, l’impatto con il Myanmar è avvenuto, adesso è l’ora di continuare il viaggio.

Puntiamo a nord, verso il cuore del paese, Mandalay ci aspetta.

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