A Palazzo Schifanoia succede una cosa curiosa: si entra nel Salone dei Mesi, si alza lo sguardo, e per un attimo non si capisce cosa si sta guardando. C’è una parete enorme divisa in fasce sovrapposte, piena di carri trionfali, animali, figure sospese in un fondo scuro e gente vestita da corte quattrocentesca che caccia, discute e lavora. È chiaramente un capolavoro, e altrettanto chiaramente non è un affresco che si legge come una pala d’altare.
La cosa bella è che una chiave di lettura esiste, ed è precisa. Una volta capito lo schema, il salone si apre come un libro illustrato, e quella che sembrava una gran confusione diventa il calendario più ambizioso del Rinascimento italiano. Qui vi spiego come si legge, quali mesi si vedono davvero, chi li ha dipinti e perché uno storico dell’arte tedesco, nel 1912, ci ha fondato sopra una disciplina intera.
In breve
Palazzo Schifanoia era la delizia di svago degli Este e oggi è il Museo Schifanoia, 21 sale e circa 255 opere riaperte per fasi fra il 2020 e il 2021 dopo il terremoto. Il pezzo forte è il Salone dei Mesi, dipinto fra il 1468 e il 1470: dei dodici mesi originali ne restano leggibili sette, da marzo a settembre. Biglietto intero 12 euro, ridotto 9, gratis sotto i 18 anni; aperto da martedì a domenica 10-19, chiuso il lunedì, biglietteria fino alle 18. Serve circa un’ora, un’ora e mezza se il salone vi prende. Si trova in via Scandiana 23, un quarto d’ora a piedi dal Castello Estense.
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Cos’è Palazzo Schifanoia e perché si chiama così
Il nome dice tutto e non è una leggenda ricostruita a posteriori: Schifanoia viene da “schivar la noia”, ed era esattamente la funzione dell’edificio. Le delizie estensi erano le residenze di svago della famiglia, sparse fra la città e il delta del Po, dove la corte si spostava per cacciare, ricevere, ascoltare musica e stare lontana dagli affari di governo. Questa è la più vicina al centro, e per questo la più usata.

Nasce alla fine del Trecento per volere di Alberto V d’Este come costruzione modesta, a un piano solo. Diventa quello che vediamo oggi sotto Borso d’Este, che a metà Quattrocento la fa alzare, ampliare e soprattutto decorare, perché gli serve un luogo all’altezza del titolo ducale che stava cercando di ottenere dal papa e dall’imperatore. Il Salone dei Mesi nasce da quell’ambizione: non è un capriccio decorativo, è propaganda politica dipinta.
Il Salone dei Mesi: come si legge
La regola è semplice e vale per ogni mese: la parete è divisa in tre fasce orizzontali sovrapposte, e ognuna racconta lo stesso mese su un piano diverso. Si legge dal basso verso l’alto o dall’alto verso il basso, ma sempre a colonne verticali, un mese alla volta. Una volta capito questo, tutto il resto viene da sé.

La fascia in alto: gli dei sul carro
In cima c’è il piano mitologico. Ogni mese ha la sua divinità protettrice che sfila su un carro trionfale, circondata dai propri “figli”, cioè dalle categorie di persone che secondo la tradizione erano governate da quel pianeta e da quel dio: gli innamorati sotto Venere, i sapienti sotto Minerva, gli artigiani sotto Vulcano. È il livello del destino, quello che decide che tipo di uomo diventerai.
La fascia centrale: i decani, e qui comincia il mistero
La fascia di mezzo è quella che spiazza tutti. Su un fondo scuro compare il segno zodiacale del mese, accompagnato da tre figure enigmatiche che non somigliano a niente di classico: un uomo con una corda annodata, una donna avvolta in un mantello, personaggi che sembrano usciti da un sogno. Non sono santi, non sono divinità greche, e per secoli nessuno ha saputo dire chi fossero. Si chiamano decani, e sono la ragione per cui questa sala è famosa fra gli storici dell’arte di mezzo mondo.
La fascia in basso: Borso d’Este si mette in scena
Sotto c’è il piano terrestre, ed è quello che diverte di più. Borso d’Este amministra la giustizia, riceve ambasciatori, va a caccia con i cani, premia il buffone di corte, mentre attorno i contadini potano le viti e i cavalli scalpitano. È il ritratto di un buon governo, dipinto per dire a chi entrava che sotto gli Este si viveva bene, e insieme il documento più vivo che abbiamo su come si vestiva, si lavorava e ci si divertiva a Ferrara nel Quattrocento.
Consiglio: non giratevi intorno guardando la sala come un panorama. Scegliete un mese, per esempio marzo, e leggetelo tutto verticalmente, dalle tre fasce in ordine. Ci mettete cinque minuti e dopo avete la chiave per tutti gli altri: è la differenza fra uscire dicendo “bello” e uscire avendo capito.
Quali mesi si vedono davvero
Qui c’è la precisazione che quasi nessuno fa, e che secondo me va detta prima di entrare per non restare delusi: i mesi leggibili sono sette, non dodici. Il ciclo fu dipinto fra il 1468 e il 1470, poi il palazzo cambiò destinazione più volte, e le pareti furono coperte di intonaco. Gli affreschi sono rimasti nascosti per secoli e sono riemersi progressivamente solo fra il 1820 e il 1840, quando ormai il danno era fatto. Di gennaio, febbraio, ottobre e novembre resta pochissimo o nulla; di dicembre sopravvive il Trionfo di Vesta.
| Mese | Stato | Attribuzione |
|---|---|---|
| Marzo, aprile, maggio | leggibili, i meglio conservati | Francesco del Cossa (documentato) |
| Giugno, luglio | leggibili | Maestro degli Occhi Spalancati |
| Agosto | leggibile | Maestro dell’agosto, forse Gherardo da Vicenza |
| Settembre | leggibile | Ercole de’ Roberti |
| Ottobre, novembre | quasi illeggibili | non attribuiti |
| Dicembre | resta il Trionfo di Vesta | non attribuito |
| Gennaio, febbraio | perduti | non attribuiti |
Non prendetela come una brutta notizia. Sette mesi di quel livello sono comunque il ciclo profano più importante del Rinascimento italiano, e la parete est, quella di del Cossa, da sola vale il viaggio.
Francesco del Cossa e la lettera del 1470
Di tutti i pittori che lavorarono al salone conosciamo con certezza un nome solo, e lo sappiamo grazie a una lite sui soldi. Il 25 marzo 1470 Francesco del Cossa scrisse a Borso d’Este una lettera in cui rivendicava di aver dipinto di propria mano i mesi di marzo, aprile e maggio, e si lamentava di essere trattato come il più insignificante garzone di Ferrara, sostenendo che il suo studio e la sua fatica meritassero un riconoscimento diverso dal compenso a tanto al metro quadro che veniva applicato a tutti.
Borso non gli diede retta. Del Cossa lasciò Ferrara e se ne andò a Bologna, dove lavorò fino alla morte. È una vicenda che mi ha sempre colpito, perché quella lettera è insieme il primo documento in cui un pittore italiano rivendica il proprio valore individuale contro il committente, e l’unica prova che ci permette oggi di dire con sicurezza chi ha dipinto la parete più bella della sala. Una lite per il pagamento ci ha regalato l’unica attribuzione certa del ciclo.
Warburg, i decani e la sala dove è nata l’iconologia
Torniamo alle figure misteriose della fascia centrale, quelle che nessuno sapeva spiegare. Nel 1912, al congresso internazionale di storia dell’arte riunito a Roma all’Accademia dei Lincei, lo studioso tedesco Aby Warburg presentò un intervento intitolato Arte italiana e astrologia internazionale nel Palazzo Schifanoia di Ferrara e sciolse l’enigma.
Quelle figure sono i decani: nell’astrologia antica ogni segno zodiacale si divide in tre parti di dieci gradi, ciascuna governata da una divinità minore. Warburg riconobbe che i decani dipinti a Ferrara non venivano dalla tradizione greca o romana, ma da un trattato dell’astrologo persiano Abu Ma’shar, arrivato in Italia attraverso traduzioni arabe e poi latine, fra cui quella di Pietro d’Abano. In altre parole: su una parete di Ferrara, dipinta per un duca italiano, sopravvivevano immagini che avevano attraversato l’India, la Persia e il mondo arabo prima di arrivare in pianura padana.
Per capire una parete di Ferrara bisognava passare da Baghdad. È da questa intuizione che nasce l’iconologia.
Quel contributo è considerato uno degli atti di nascita dell’iconologia, cioè del metodo che studia le immagini cercandone il significato culturale invece di limitarsi a riconoscerne i soggetti. Detto altrimenti: la sala che state guardando non è soltanto uno dei posti più belli d’Italia, è anche il luogo dove un intero modo di guardare l’arte è cominciato. Sapendolo, la fascia centrale smette di essere quella un po’ incomprensibile e diventa la più interessante delle tre.
È anche il motivo per cui, se potete, qui una guida cambia la visita più che altrove: i pannelli riassumono in tre righe una cosa che ha bisogno di essere raccontata. La visita guidata a Palazzo Schifanoia dura un’ora e mezza e serve esattamente a questo.
Il resto del museo: 21 sale dopo dieci anni di cantiere
Se avete in mente lo Schifanoia di dieci anni fa, sappiate che non esiste più. Il terremoto dell’Emilia del 2012 chiuse il palazzo, i lavori di restauro strutturale partirono nel 2018 e la riapertura è avvenuta per fasi: il Salone dei Mesi è tornato visitabile nel giugno 2020 con una nuova illuminazione pensata apposta per gli affreschi, l’ala quattrocentesca ha riaperto il 15 maggio 2021 e la parte trecentesca, quella originale di Alberto V d’Este, nell’ottobre 2021.
Oggi il Museo Schifanoia occupa 21 sale e circa 1.400 metri quadri, con un allestimento nuovo di circa 255 opere: sculture, dipinti, ceramiche graffite estensi, medaglie, monete, codici miniati e avori, che raccontano l’arte ferrarese dal Quattrocento al Settecento. Il salone resta il motivo per cui si viene, ma il resto non è riempitivo, e chi ci passa in venti minuti si perde la parte che spiega il contesto in cui quel salone è stato possibile.
Orari, biglietti e quanto tempo serve
| Voce | Dettaglio |
|---|---|
| Biglietto intero | 12,00 € |
| Ridotto | 9,00 € (18-30 anni, over 65, titolari MyFE Card e convenzionati) |
| Gratuito | under 18, disabili e accompagnatore, guide turistiche, gruppi scolastici, chi compie gli anni quel giorno |
| Orario | 10:00-19:00, da martedì a domenica |
| Chiusura | lunedì; biglietteria fino alle 18:00 |
| Durata consigliata | un’ora, un’ora e mezza con calma |
Info pratica: la prenotazione è gratuita e consigliata sia per i singoli sia per i gruppi. Tariffe e orari sono quelli pubblicati dai Musei di Ferrara, dove conviene dare un’occhiata anche alle mostre temporanee. Se avete in programma altri musei cittadini, la MyFe Card cumulativa parte da 20 euro per due giorni e si ripaga già al secondo ingresso.
Visite guidate a Ferrara
- Visita guidata a Palazzo Schifanoia (1 ora e mezza): il Salone dei Mesi spiegato fascia per fascia, che è il modo in cui va visto.
- Visita guidata del Castello Estense (1 ora e mezza): l’altra residenza degli Este, da abbinare nella stessa giornata.
- Tour a piedi di 2 ore del centro città: per inquadrare Ferrara prima o dopo il museo.
- Il Museo Lapidario, annesso a Schifanoia, si visita con lo stesso biglietto: non serve prenotare nulla a parte.
Come arrivare a Palazzo Schifanoia
Il palazzo è in via Scandiana 23, nella parte sud-orientale del centro storico. Dal Castello Estense sono circa quindici minuti a piedi, quattro o cinque in bicicletta: è la tappa più defilata del giro classico di Ferrara, ed è anche il motivo per cui parecchi visitatori frettolosi la saltano. Fanno male, e questo è uno dei pochi casi in cui vale la pena essere categorici.
Si arriva comodamente anche dalla stazione, a poco più di venti minuti a piedi o pochi minuti in bici. Se state costruendo la giornata attorno a questa visita, l’itinerario completo con gli orari di tutte le tappe è in un giorno a Ferrara tappa per tappa, e il quadro d’insieme della città in cosa vedere a Ferrara.
Info essenziali
- Dove: via Scandiana 23, Ferrara; 15 minuti a piedi dal Castello Estense.
- Orari: 10:00-19:00 da martedì a domenica, chiuso il lunedì, biglietteria fino alle 18:00.
- Biglietti: intero 12 €, ridotto 9 €, gratis sotto i 18 anni; prenotazione gratuita e consigliata.
- Durata: un’ora, un’ora e mezza con calma.
- Da non perdere: la parete est del Salone dei Mesi, marzo-aprile-maggio di Francesco del Cossa.
Domande frequenti su Palazzo Schifanoia
Cos’è il Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia?
È il ciclo di affreschi profani più importante del Rinascimento italiano, dipinto fra il 1468 e il 1470 per Borso d’Este. Ogni mese è raccontato su tre fasce sovrapposte: in alto la divinità protettrice sul carro trionfale, al centro il segno zodiacale con i tre decani, in basso la vita della corte estense.
Quanti mesi del ciclo si vedono ancora?
Sette dei dodici originali, da marzo a settembre. Gennaio e febbraio sono perduti, ottobre e novembre quasi illeggibili, di dicembre resta il Trionfo di Vesta. Gli affreschi furono coperti di intonaco per secoli e riemersero solo fra il 1820 e il 1840.
Quanto costa entrare a Palazzo Schifanoia?
Il biglietto intero costa 12 euro e il ridotto 9 euro (18-30 anni, over 65, titolari MyFE Card e categorie convenzionate). L’ingresso è gratuito sotto i 18 anni, per disabili e accompagnatore, guide turistiche e gruppi scolastici. Lo stesso biglietto comprende il Museo Lapidario.
Che giorno è chiuso il Museo Schifanoia?
Il lunedì. Negli altri giorni apre da martedì a domenica dalle 10:00 alle 19:00, con la biglietteria che chiude alle 18:00. La prenotazione è gratuita e consigliata.
Chi ha dipinto gli affreschi di Palazzo Schifanoia?
Una squadra di pittori della scuola ferrarese. L’unica attribuzione certa è quella di Francesco del Cossa, autore di marzo, aprile e maggio, documentata da una sua lettera a Borso d’Este del 25 marzo 1470. A Ercole de’ Roberti è attribuito settembre, mentre giugno e luglio sono del cosiddetto Maestro degli Occhi Spalancati.
Quanto tempo serve per visitare Palazzo Schifanoia?
Circa un’ora per il percorso completo, un’ora e mezza se ci si ferma a leggere il Salone dei Mesi mese per mese. Il museo conta 21 sale e circa 255 opere su 1.400 metri quadri, riaperte per fasi fra il 2020 e il 2021 dopo il terremoto del 2012.
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