Torno a fare la valigia, la partenza è imminente, questa volta per percorrere il primo tratto del Cammino Francese.
Gli oggetti da portare sono minimi, la scelta è oculata e mirata. Precisa e attenta. Sbarazzarsi degli oggetti inutili è una operazione dove si torna a respirare. Può sembrare difficile fare a meno di tante cose ma non è così. Si torna a se stessi, si scopre di non aver bisogno di nulla se non dell’essenziale e davvero ci si sente liberi e leggeri. Anche questo, soprattutto questo, è il cammino

Primo giorno: da Roncisvalle a Zubiri

 

Avete presente quelle mattine in cui il cielo è di un azzurro intenso che a guardarlo fa male agli occhi e non si vede nemmeno una nuvola? Ecco, Roncisvalle ci ha accolti così.

È un piccolo agglomerato di case ai piedi dei Pirenei, dove conta solo 30 abitanti, dove il complesso monumentale della Collegiata di Orreaga, vecchio ospedale dei pellegrini e la chiesa romanica del Santo spirito, sembrano stare di guardia con la loro imponente immobilità. In questi luoghi Carlo Magno venne sconfitto e delle gloriose gesta del paladino Orlando ne sono state fatte poemi.

Qui la leggenda e i miti si fondono con la storia. Sarà questo che rende unico questo luogo? Intanto un cartello ci ricorda che a Santiago mancano solo, si fa per dire, 790 km.

La partenza da Roncisvalle

cammino per santiago

Partiamo per il nostro Cammino Francese nell’aria fresca di montagna, tra le fronde dei boschi si aprono verdi e lussureggianti pianori, fanno capolino splendidi cavalli al trotto sui prati, mucche che pascolano tranquille. Non si vede anima viva, non si incontrano case.

Costeggiamo fiumi che scendono rapidi dai Pirenei. Il sentiero si snoda silenzioso, si sta lentamente andando verso valle, e si alternano lievi discese ad altre molto più impegnative. L’aria si va scaldando, e le giacche finiscono nello zaino.

L’arrivo a Zubiri

Zubiri è un paesino tranquillo che mi ricorda il nostro Trentino, con i balconi adorni di gerani fioriti, cataste di legna ordinatamente predisposte pronte per l’inverno. Vi entriamo dal famoso ponte romanico, sotto il quale i pellegrini si rinfrescano i piedi nelle acque del fiume. Dormiamo in una Casa Rural.
È antica e bellissima. I pavimenti di legno sono tirati a lucido e i listoni, sconnessi dall’uso, trasmettono il calore delle cose conservate con amore e dedizione, come tutto il resto dell’arredamento, degli oggetti. Ne restiamo incantati, quasi in soggezione.


 

Secondo Giorno: Zubiri – Pamplona

Ponte Romanico di Zubiri

Ci aspettano 23 km, una tappa giusta, né troppo lunga né corta.

Questa è una zona ricca di piante di fichi, di rovi di more. Ci rimpinziamo. I frutti sono maturi e succosi. Qui le colline non sono dolci come in Galizia e adesso è tutto un alternarsi di discese e salite che tolgono il fiato, ammosciano e fanno tremare le ginocchia. Ma andiamo avanti, naturalmente.

Incontriamo due bambini che hanno già capito come funziona l’animo del commercio. Si assomigliano, devono essere fratelli. Se ne stanno seduti sul selciato, regalano sassi colorati. Non posso resistere, tento un dialogo, scelgo un piccolo sasso colorato di un bell’azzurro.

Bambini che dipingono sassi - Cammino francese

Bambini che dipingono sassi Cammino Francese

Lo regalerò a mia figlia, penso. Porgo ai ragazzini due euro che loro dapprima non vogliono ma che poi accettano di buon grado. Sono soddisfatta, ma c’è un però. La vernice è fresca e non so proprio dove riporlo senza sciupare il colore o imbrattare altra roba. Faccio non so quanti km con il sasso sul palmo della mano aspettando che si asciughi. Ma che mi tocca fare.

Pamplona un sogno che si realizza

Ho sempre sognato di visitare Pamplona, anche se mi disturba la brutta fine che fanno i tori da queste parti… sarà tradizione, sarà quello che vi pare ma insomma sarebbe ora finirla con questa mattanza.

Comunque ci siamo, attraversiamo il fossato e costeggiamo le mura.

Mura e ingresso di Pamplona

Le mura e l’ingresso di Pamplona

Arrivando abbiamo visto decine e decine di persone lungo il fiume che sdraiati sull’erba riposavano, mangiavano, giocavano a pallone. I dintorni di Pamplona sono un susseguirsi di giardini e parchi ben tenuti, puliti, curati. Difatti è domenica e la città è deserta, i negozi chiusi, così come le chiese.

Ci accontentiamo di fare un giro per i vicoli, seguiamo lo stesso percorso dove corrono i tori per arrivare all’arena nella festa di San Fermin.
I cancelli che vengono chiusi per delimitare il percorso dei tori adesso sono aperti.

Piazza di Pamplona

Piazza di Pamplona


Terzo giorno: Pamplona – Puente la Reina

La mattina dopo ritrovare il cammino non è facile. Non ci sono indicazioni, chiediamo a qualche passante ma nessuno è in grado di aiutarci con precisione. Pensiamo di essere nella direzione giusta e intanto che ci perdiamo ad ammirare la bella periferia della città da un cavalcavia notiamo che il cammino rimane sotto. Non c’è modo di scendere se non quello di scavalcare il guardrail e tentare una brutta discesa. La giornata comincia bene.

Il paesaggio cambia, cammino verso l’orizzonte

Ora che siamo nel cammino ci lasciamo la città alle spalle. Il territorio cambia e non ci metto molto a capire che questo, da adesso in poi, sarà un cammino di prospettive.

Davanti a noi non ci sono più colline ma il cammino francese continua con spianate a perdita d’occhio che si spingono fino all’orizzonte, il quale si apre nitido e chiaro, fin dove l’occhio arriva, fin dove dobbiamo arrivare per poi proseguire.

Mai come in questi luoghi il cammino è ben visibile, la prossima meta la vediamo avvicinarsi passo dopo passo, chilometro dopo chilometro.

Poi, appena raggiunta, quella stessa meta, quando ci voltiamo indietro, la vediamo farsi piccola piccola fino a scomparire via. Che sia un monte, il campanile di una chiesa, un paese o delle pale eoliche. Come in questo caso.

Eccole là, quaranta maestose pale eoliche che ricamano di bianco il crinale della montagna, l’Alto del Perdon,

DONDE SE CRUZA EL CAMINO DEL VIENTO
CON EL DE LAS ESTRELIAS


Dove il cammino del Vento si incontra con quello delle stelle

Tengo d’occhio le pale e proseguiamo. Costeggiamo un campo di girasoli, sono secchi, anneriti. Lo spettacolo è spettrale.

Ma poi eccolo, lo spunto, quel qualcosa che in mezzo a mesta tristezza ti strappa un sorriso, ti scalda il cuore. Un girasole sorride, solitario e benevolo, saluta il tuo passaggio e lo senti lì per te, stava in attesa del tuo cammino.

 

Fotografo il girasole che sorride e mi volto indietro. Ecco un’altra prospettiva: Pamplona è laggiù, piccola all’orizzonte.

Pamplona svanisce lontano

Verso il monumento del pellegrino

Il sentiero del cammino francese per Santiago si snoda bianco davanti a noi, sembra un serpente che si crogiola sotto ad un sole caldissimo, implacabile.

Dopo una salita lenta ma costante ci avviciniamo alla cima. Ci accoglie un cartello che ci ricorda che siamo sempre in cammino.
È un punto di ristoro messo su da due giovani ragazzi, le pietre come al solito posizionate ad arte formano cuori, frecce, montagnole… Ma è la splendida veduta del panorama che si apre sotto di noi che ci lascia senza fiato!

Intanto le pale sono a pochi passi…

 

Ed ecco che siamo arrivati in vetta all’Alto del Perdon… il cuore batte forte alla vista del famoso monumento del pellegrino eretto nel 1996.

Sull’Alto del Perdon il vento batte violento, le pale eoliche girano con un movimento costante che sembra non avere mai fine e anch’io vorrei che questo momento non finisse mai e vorrei rimandare il momento di scendere, lasciare questo incanto…

Ma il momento di scendere arriva e la discesa si presenta fin da subito molto ardua… la pendenza è forte ma sono i sassi sui quali dobbiamo poggiare i piedi che sono insidiosi, si sdrucciola e ad ogni passo c’è il rischio di cadere. Arrivo a valle che le gambe mi tremano così tanto per lo sforzo che devo fermarmi, sedermi per riprendere fiato, allungare i muscoli rimasti troppo a lungo contratti per lo sforzo.

Dopo qualche chilometro mi volto indietro. Le pale sono già lontane.

 

Percorriamo ancora qualche chilometro e dopo esserci rinfrescati e aver mangiato un’insalata incontriamo una deviazione.

Eremo Templare Nuestra Senora di Eunate

E noi decidiamo di farla questa deviazione, cosa volete che siano cinque chilometri (che poi diventeranno sette o otto) in più per ammirare una chiesa che dice sia bellissima? Non possiamo di sicuro perdercela. E allora eccolo il nostro gruppetto, accaldati sotto un sole torrido, stanchi ma emozionati e felici davanti all’Eremo Templare Nuestra Senora di Eunate.

Riprendiamo il cammino. Abbiamo ancora molta strada da fare. Una giornata intensa, colma di emozioni che sembra non avere mai fine.

Quarto giorno: Puente la Reina – Estella

Puente la Reina è una piccola Pamplona, anche qui corrono i tori, anche qui ci sono i cancelli che delimitano il percorso. Il centro è ben tenuto, vicoli stretti, case di pietra ma sono i portoni la vera attrazione. Sono tutti di legno, imponenti, massicci. Molte finestre delle abitazioni hanno appesi filari e filari di peperoncini. Nelle campagne dei d’intorni ce ne sono coltivazioni a perdita d’occhio. Sono rossi e dolci, si mangiano fritti o arrostiti. Buonissimi.


 

L’arrivo in Navarra

Camminando verso Estella si entra nella regione del vino, la Navarra. Ci rimpinziamo con i grappoli rimasti sui filari, gli acini sono dolci, belli maturi.

Caso ha voluto che stiamo viaggiando nella settimana dove si festeggiano le vendemmie, la Rioja. I paesi sono in festa, in uno di questi le campane ci invitano ad affacciarci in chiesa.
Le donne del paese sono tutte là, vestite con camicie bianche e fazzoletti rossi legati intorno al collo. Ci attardiamo un attimo. Seguiamo la messa fino allo scambio della pace.

Ci stringiamo le mani ed è un momento intenso, stiamo condividendo qualcosa di diverso che non sono i sentieri impervi che abbiamo incontrato, il caldo soffocante, il cibo, i momenti di estrema fatica che questo viaggio ci ha messo davanti. Usciamo dalla chiesa in silenzio. Qualcuno ha gli occhi lucidi.

la Rioja

la Rioja

 

Riprendiamo il cammino. Ci ritroviamo in aperta campagna, olivi su olivi. È sotto alcuni di questi che ci fermiamo per mangiare. Un ragazzo ha organizzato dei tavoli e delle sedie, con il generatore dell’auto tiene acceso un frigo dal quale compriamo dell’acqua fresca.

Il luogo è accogliente, si vede la cura che ci ha messo per crearlo, l’estro d’artista che, ovunque volgi lo sguardo, esce con forza e determinazione. Per non farci mancare niente, prima di partire, chiediamo al ragazzo un caffè e, naturalmente, una foto.


Quinto Giorno: Estella – Torres del Rio

Sono le nove del mattino quando ci imbattiamo nella fonte del vino.

Alcuni riempiono la borraccia, altri ne bevono un bicchiere.
Deve essere buonissimo ma non ce la posso fare, troppo presto per me. Si sale e si sale. All’orizzonte spunta il campanile della chiesa del prossimo paese dove dobbiamo transitare, di fianco una montagna a forma di cono. Tengo d’occhio la nuova prospettiva.

 

Quello dove siamo diretti è l’ultimo paese che incontreremo, poi per oltre dieci chilometri non ci saranno altro che campi, campi, campi.

Facciamo scorta d’acqua, adesso è fresca ma tra venti minuti sarà bollente. Ci sono quaranta gradi e si sentono tutti. Non è solo il sole che ti senti bruciare sulla testa ma il riverbero e il calore che la terra sprigiona ti scotta il viso, prosciuga gli occhi, secca le mucose del naso, della gola.

Dopo il paese il paesaggio cambia drasticamente. A vista d’occhio distese di grano tagliato. I colori di fine estate variano dal beige al marrone, ma ci sono gradazioni di rosa, di giallo che incantano. Ogni tanto l’orizzonte è spezzato da alte montagne di fieno compattato a grossi rettangoli, l’unica ombra che si possa trovare.

Il sentiero corre davanti e intorno a noi, questo nulla sconfinato è terrificante e incantevole insieme. Ti senti forte per essere qui, ti senti coraggioso nel dover affrontare tutto questo spazio ma allo stesso tempo ti senti piccolo di fronte a questa natura che potrebbe spezzarti, potrebbe dissolverti come un granello di sabbia. Questo siamo: granelli, granelli infiniti che dovrebbero camminare sulla terra con umiltà ma molto spesso ce ne dimentichiamo. Proseguo, con questo pensiero.

Sesto giorno: Torre del Rio – Logrono

Per evitare il caldo, anche questa mattina partiamo che è ancora notte. Ma già mentre mi stavo preparando sentivo dalla strada sotto alla camera il ticchettio dei bastoni sul selciato. Sono ore preziose di fresco che dobbiamo sfruttare. Mai, dicono gli abitanti del luogo, si era visto un caldo così intenso a metà settembre. Il sole mi ha scolorito i pantaloni, così i capelli, le magliette. Mi sono bruciata le caviglie, le braccia, la nuca e il petto, nonostante la protezione solare.

Intanto mentre la piccolissima Torre del Rio sfuma alle spalle, eccola: l’alba.

C’è un rapporto stretto con la natura in questo cammino. Accettarne la forza, la bellezza, le asperità, accettarne la supremazia e accettarne il fatto di esserne stati un tutt’uno mi lascia il cuore colmo di un sentimento puro che mi riporta ad essere amica con me stessa, un legame tra anima e polvere che si rinsalda, si rafforza.

L’arrivo a Logrono per la fine di questo Cammino

Logrono è l’ultima tappa, questo e l’ultimo giorno di cammino. Nel primo pomeriggio un bus ci riporterà a Madrid dove domani mattina abbiamo il volo di ritorno.

Non siamo neanche a metà strada quando l’ennesima salita mi spezza le gambe e toglie il fiato. Mi si accoda una giovane ragazza giapponese. Faccio due passi e mi rifermo. Lei fa due passi e si riferma. Prende a dirmi Let’s go quando non riparto subito dopo di lei.

Avanziamo così e sembriamo due pedine che da lassù qualcuno muove. Lei come tutti i giapponesi è bardata che sembra un alieno. Non ha un centimetro di pelle esposta. Le chiedo da dove viene. Mi dice il nome di un paese impronunciabile.
Ci asciughiamo il sudore dalla fronte e proseguiamo.

Lo zaino ad ogni passo diventa sempre più pesante e mentre la mia compagna mi dice chissà cosa l’anima mi si fa leggera e mi prende una voglia irrefrenabile di ridere. E lo facciamo, io con lei, lei con me, in questo momento che siamo insieme poi non ci rivedremo mai più. E’ stato un attimo ma ho toccato l’infinito con un dito, ne sono sicura. Non so lei, ma quando, arrivate in cima si toglie cappello e sciarpa che le coprivano il volto e mi propone un selfie, prova tangibile di tutto quello che facciamo ai tempi di oggi, capisco che anche lei deve aver provato qualcosa di simile. E se non è affinità, se non è condivisione questa…

Logrono ci attende in Festa

E poi sono arrivata, Logrono è in festa. Ci sono musiche, balli, cibi. Le strade sono strapiene di gente che festeggia la vendemmia, una fontana sgorga giochi di acqua rossa in onore al vino di queste zone…

Avanziamo in mezzo a queste persone con un senso di vittoria, siamo arrivati, ce l’abbiamo fatta, ancora una volta. Questo cammino è finito, muoviamo passi verso il bus in attesa e penso che no, questo cammino non finirà mai.

 

 

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