Little Big Horn: la battaglia di Custer e cosa vedere oggi

Ci siamo arrivati da est, con il sole già alto, dopo quattro ore e mezza di interstatale. La prateria del Montana sudorientale non prepara a niente: è un susseguirsi di colline gialle e basse che si somigliano tutte, e poi all’uscita 510 si gira, si sale un tornante, e in cima alla collina compaiono le lapidi bianche. Sono sparse nell’erba, non allineate, alcune isolate a decine di metri dalle altre. Ci ho messo qualche minuto a capire perché sono messe così, e quando l’ho capito mi sono commosso: ognuna sta esattamente dove quell’uomo è caduto.

In questa guida trovate la battaglia raccontata per intero, con le date e i nomi giusti, e il campo com’è oggi: quanto costa entrare, quanto tempo serve, cosa si vede lungo la strada panoramica, e perché le lapidi non sono tutte dello stesso colore. Se state mettendo insieme un viaggio più largo, il quadro completo è nella nostra guida sul West e il resto d’America, mentre le giornate che portano fin qui sono nell’itinerario nel Sud Dakota.

In breve

Il Little Bighorn Battlefield National Monument si trova nel Montana sudorientale, presso Crow Agency, all’uscita 510 della I-90, dentro la Riserva Crow. Qui il 25 e 26 giugno 1876 i Lakota, i Cheyenne settentrionali e gli Arapaho annientarono le cinque compagnie guidate da George Armstrong Custer, mentre le altre sei del Settimo cavalleggeri resistettero assediate per due giorni. Si entra con 25 dollari a veicolo, il pass America the Beautiful è valido e non si accettano contanti. La visita richiede da due a quattro ore fra Last Stand Hill, l’Indian Memorial, la strada panoramica di 4,5 miglia fino a Reno-Benteen e il cimitero nazionale. Da Rapid City sono poco più di trecento miglia di I-90, da Billings circa un’ora.

Table of Contents

Dove si trova Little Big Horn, e perché la stessa battaglia ha due nomi

Little Big Horn si trova nel Montana sudorientale, vicino a Crow Agency, a poche centinaia di metri dall’uscita 510 della Interstate 90. Il campo di battaglia è dentro la Riserva Crow, cioè su terra della nazione Apsáalooke, ed è un dettaglio che conviene tenere a mente per tutta la visita: chi vive qui oggi non è il popolo che vinse quella battaglia.

Il nome viene dal fiume che scorre in fondo alla valle, il Little Bighorn, che a sua volta prende il nome dal Bighorn di cui è affluente. In italiano lo trovate scritto in tre modi, “Little Big Horn” staccato, “Little Bighorn” attaccato e più raramente “Piccolo Big Horn”: la forma corretta in inglese è quella attaccata, ed è quella che porta il nome ufficiale del parco, il Little Bighorn Battlefield National Monument.

Poi c’è l’altro nome, che è la cosa più interessante di tutta la toponomastica di questo posto. Per i Lakota quel fiume è Pȟežísla Wakpá, tradotto in inglese come Greasy Grass, l’erba grassa. Il nome non descrive una pianta: descrive la rugiada pesante che al mattino inzuppa l’erba della valle al punto da lasciare scivolosi i mocassini e le pance dei cavalli. E siccome il nome del fiume dà il nome allo scontro, per i Lakota quella del 1876 non è la battaglia del Little Bighorn: è la battaglia del Greasy Grass.

Non è una curiosità linguistica ed è il motivo per cui vale la pena venire fin qui. La stessa giornata ha due nomi perché ha due racconti, e questo è uno dei pochissimi luoghi americani dove il servizio dei parchi ha deciso, a un certo punto, di raccontarli tutti e due.

Come si arriva da Rapid City, e cosa c’è lungo la strada

Chi arriva a Little Big Horn quasi sempre ci arriva guidando, e nella maggior parte dei casi arriva dal Sud Dakota. Noi siamo partiti da Rapid City, la città delle statue dei presidenti, dopo aver visto il Monte Rushmore e le Black Hills, e da lì la strada è una sola: I-90 verso ovest e poi verso nord, poco più di trecento miglia, quasi cinquecento chilometri, quattro ore e mezza di guida senza contare le soste. È una tirata vera, e il motivo per cui conviene dirlo subito è che molti itinerari trovati online la infilano dentro una giornata già piena. Non ci sta: Little Big Horn è una gita a sé, o una tappa sulla strada verso Yellowstone, non un’aggiunta al pomeriggio delle Black Hills.

L’aeroporto più vicino è quello di Billings, un’ora scarsa a nordovest. Da Rapid City si vola con scali lunghi, quindi se il viaggio comincia nelle Black Hills tanto vale continuare in macchina.

La strada dell'interstatale I-90 da Rapid City verso Little Big Horn, fra le praterie del West americano
Da Rapid City a Little Big Horn

Qui l’auto non è un’opzione ma il presupposto di tutto: non ci sono treni passeggeri, i bus a lunga percorrenza non fermano al monumento e l’ultimo tratto è una strada di campagna. Chi non l’ha già presa nelle Black Hills fa bene a confrontare le tariffe di noleggio auto fra Rapid City e Billings prima di partire, perché su questa direttrice le sedi di ritiro sono poche e i mezzi finiscono presto in alta stagione; se non avete mai noleggiato negli Stati Uniti, i passaggi da non sbagliare sono nella nostra guida su come noleggiare una macchina.

La sosta a Devils Tower, che non è dove pensate

A circa un’ora e mezza da Rapid City, appena dentro il Wyoming, la strada passa vicino a una delle cose più strane d’America. Si esce dalla I-90 a Sundance e dopo una ventina di minuti, sopra i pini, si alza un tronco di roccia scanalata alto 264 metri dalla base alla cima: è Devils Tower, e fermarsi vale i quaranta minuti di deviazione.

Ha due primati che quasi nessuno gli attribuisce. È il primo national monument degli Stati Uniti, istituito da Theodore Roosevelt il 24 settembre 1906, cioè il primo posto in assoluto protetto con l’Antiquities Act. Ed è un luogo sacro per almeno cinque popoli delle pianure, Lakota, Arapaho, Shoshone, Cheyenne e Crow: gli stessi Crow sulla cui terra state andando. Ai cinefili dirà qualcosa per un altro motivo, perché è la montagna di *Incontri ravvicinati del terzo tipo*.

Attenzione: Devils Tower è in Wyoming, non in Montana, e sta a nordest delle Black Hills. Lo scriviamo in chiaro perché è un errore che gira parecchio, anche in vecchie versioni di questa pagina: sulla strada da Rapid City si attraversano tre stati, South Dakota, Wyoming e Montana, e la torre sta nel secondo. Se cercate l’ingresso sul lato sbagliato del confine perdete un’ora buona.

Devils Tower, il monolite del Wyoming lungo la strada che porta a Little Big Horn
Devils Tower, in Wyoming, lungo la strada per Little Big Horn

La battaglia di Little Big Horn, il 25 e 26 giugno 1876

Questa è la parte che quasi tutti credono di sapere, e che quasi tutti sanno sbagliata. Vale la pena raccontarla per intero, perché è anche l’unica chiave per leggere il campo quando ci si cammina sopra.

Come si arrivò a quel giorno

Il contesto è la corsa all’oro nelle Black Hills e il trattato che quella corsa fece a pezzi. In estrema sintesi: nel 1868 il trattato di Fort Laramie riconosceva ai Sioux le Black Hills “per sempre”; nel 1874 una spedizione guidata da Custer vi trovò l’oro; in pochi mesi arrivarono oltre quindicimila cercatori, e il governo passò dal comprare all’ordinare. Ne uscì la Great Sioux War del 1876-77, di cui Little Big Horn è l’episodio più noto e uno dei pochissimi vinti dai nativi.

Il conflitto per intero, con il trattato e la sentenza della Corte Suprema che arrivò più di un secolo dopo, lo raccontiamo nella pagina sulle Black Hills e nell’itinerario nel Sud Dakota. Qui interessa la giornata.

Nella primavera del 1876 l’esercito muove tre colonne verso il Montana per costringere nelle riserve i gruppi che non ci erano rientrati. Il Settimo cavalleggeri, agli ordini del tenente colonnello George Armstrong Custer, fa parte di una di queste. Il 25 giugno gli scout individuano dalle Wolf Mountains un enorme accampamento nella valle del Little Bighorn.

Quanto era grande davvero il villaggio

Gli storici stimano oggi che quel villaggio contasse circa ottomila persone, con una forza di guerrieri fra i 1.500 e i 1.800 uomini. Era il grande raduno estivo di Lakota, Cheyenne settentrionali e Arapaho, e stava disteso per chilometri nel fondovalle, sulla riva ovest del fiume.

È il numero che spiega tutto il resto. Custer aveva a disposizione circa seicento uomini e credeva di avere davanti un accampamento molto più piccolo. Non fu battuto da un errore tattico: fu battuto da un rapporto di forze che non aveva capito di avere contro.

Custer divide il Settimo cavalleggeri in quattro

Arrivato in vista della valle, Custer non aspetta le altre colonne e spezza il reggimento in quattro tronconi:

  • il treno someggiato con munizioni e rifornimenti, circa 125 uomini;
  • tre compagnie, circa 125 uomini, al capitano Frederick Benteen, mandate a perlustrare a sud;
  • tre compagnie, circa 140 uomini, al maggiore Marcus Reno;
  • cinque compagnie, circa 210 uomini, con Custer.

Reno riceve l’ordine di attaccare il villaggio da sud. Custer risale la sponda est per prenderlo dall’altro capo.

Reno e Benteen: i due giorni sulla collina

Reno guada il fiume un paio di miglia a monte del villaggio e avanza verso valle, ma davanti a lui la resistenza si moltiplica in fretta. Ripiega prima nella fascia di alberi lungo il fiume, poi ordina la ritirata verso le alture sulla riva est: è la fase più sanguinosa della sua giornata, perché gli uomini in coda alla colonna in fuga vengono falciati durante l’attraversamento.

Nel frattempo Benteen, che a sud non ha trovato nessuno, riceve dal trombettiere il biglietto scritto in fretta dall’aiutante di Custer: *”Come on. Big Village. Be Quick. Bring Packs.”* Venite, grande villaggio, fate presto, portate i someggiati. Benteen risale, trova i superstiti di Reno sulle alture e si ferma lì con loro.

E lì restano. Dal pomeriggio del 25 giugno fino al tramonto del 26 le sei compagnie riunite di Reno e Benteen resistono assediate su quella collina, senza acqua, scavando ripari con le gavette. Se ne andranno vive.

Attenzione: il Settimo cavalleggeri non fu annientato, ed è l’errore più diffuso su questa battaglia, anche in una precedente versione di questa pagina. A essere distrutte furono le cinque compagnie al comando diretto di Custer. Le altre sei, con Reno e Benteen, sopravvissero all’assedio sulle alture a quattro miglia di distanza, ed è il motivo per cui esiste un secondo campo di battaglia da visitare in fondo alla strada panoramica.

L’ultima resistenza sulla Battle Ridge

Di quello che accadde a Custer non esiste nessun resoconto di parte americana, per il motivo ovvio che non tornò nessuno. La ricostruzione arriva dalle testimonianze dei guerrieri nativi, raccolte negli anni successivi, e dall’archeologia del campo.

Custer risale verso nord e punta al guado di Medicine Tail Coulee, che è il punto in cui la valle si apre verso il villaggio. Da lì la sua colonna viene respinta e spinta sulle alture. Le cinque compagnie, C, L, I, E e F, combattono in sequenza lungo la dorsale che oggi si chiama Battle Ridge, e vengono travolte una dopo l’altra. Circa quaranta uomini dei duecentodieci iniziali si ritrovano accerchiati sull’ultima altura, quella che oggi è Last Stand Hill, e lì finisce.

Quanto durò è ancora materia di discussione fra gli storici: le stime vanno da poco più di mezz’ora a un paio d’ore.

Quanti morirono davvero, da una parte e dall’altra

Sull’obelisco di granito che sta in cima a Last Stand Hill sono incisi 263 nomi: ufficiali, soldati, scout arikara e civili aggregati caduti dalla parte americana. Il conto completo è di 268, perché cinque feriti morirono dopo essere stati evacuati dal campo e non finirono sulla pietra.

Le perdite native sono molto più difficili da stabilire, e nessuna fonte seria dà un numero secco. Le stime raccolte dagli studiosi oscillano fra qualche decina e un centinaio di caduti, e la ragione dell’incertezza è semplice: i corpi furono ricomposti e portati via dalle famiglie nei giorni immediatamente successivi, mentre il villaggio si smontava e si disperdeva. Non esisteva nessuno con l’incarico di contarli.

Fu la vittoria più clamorosa e la più inutile: meno di un anno dopo, la guerra era finita e le Black Hills erano perdute.

Chi combatté: Custer, Toro Seduto, Cavallo Pazzo e gli scout arikara

Le figure che si incontrano nei pannelli del campo meritano una riga ciascuna, perché il modo in cui vengono raccontate in Italia è spesso una caricatura.

George Armstrong Custer aveva 36 anni e il grado effettivo di tenente colonnello, non di generale. Il titolo con cui è passato alla storia è un grado onorario della guerra civile, quando a ventitré anni era diventato il più giovane generale brevetto dell’esercito dell’Unione. È una distinzione che vale la pena tenere: chi cerca “il generale Custer” cerca il personaggio costruito dopo, chi cerca il tenente colonnello Custer cerca l’uomo che quel giorno prese le decisioni.

Toro Seduto (Tȟatȟáŋka Íyotake) non guidò la battaglia. Era il capo spirituale e politico attorno a cui quel grande accampamento si era formato, e durante la danza del sole di poche settimane prima aveva avuto la visione di soldati che cadevano nel campo a testa in giù, letta da tutti come l’annuncio di una vittoria. Il 25 giugno aveva circa quarantacinque anni e restò nel villaggio.

Cavallo Pazzo (Tȟašúŋke Witkó) fu invece uno dei capi militari sul campo, insieme a Gall e ad altri, e il suo contrattacco è quello che la tradizione orale lakota indica come decisivo nella fase finale.

E poi c’è la parte che sposta il quadro, e che nei racconti popolari sparisce sempre: con l’esercito c’erano dei nativi. Il Settimo cavalleggeri aveva scout arikara e crow, che erano nemici storici dei Lakota e avevano visto nell’alleanza con gli americani il modo di difendere le proprie terre. Alcuni di loro caddero quel giorno e i loro nomi sono sull’obelisco. Il campo non è la storia di due popoli in fila: è la storia di molti popoli con interessi diversi, dentro una guerra che nessuno di loro avrebbe vinto davvero.

Cosa vedere oggi al Little Bighorn Battlefield National Monument

La visita si sviluppa in linea retta, lungo la dorsale, e la cosa notevole è che il paesaggio è rimasto quello: niente edifici, niente alberi piantati, nessuna ricostruzione. Solo l’erba, il vento e le pietre.

Last Stand Hill e le lapidi bianche

Si comincia dal visitor center, da cui parte a piedi il sentiero per Last Stand Hill: non c’è parcheggio in cima, si sale a piedi ed è una passeggiata di pochi minuti. In cima c’è l’obelisco di granito del 1881 con i nomi dei caduti, e sotto, sparse nell’erba, le lapidi.

Sono di marmo bianco e furono piantate nel 1890, a sostituire i paletti di legno messi subito dopo la battaglia. La cosa che le rende diverse da qualsiasi altro campo di battaglia americano è che non segnano delle tombe: segnano il punto in cui ciascun uomo è caduto. Per questo sono disposte in modo apparentemente casuale, a gruppi di due o tre, alcune sole in mezzo al nulla lungo il pendio, e per questo camminarci in mezzo racconta la dinamica dello scontro meglio di qualsiasi pannello: si vede la linea che si sfalda, si vedono gli uomini che hanno provato a scendere verso il fiume e non ce l’hanno fatta.

Consiglio: arrivate presto o restate fino all’ultima ora di apertura. A metà giornata, d’estate, la luce è piatta e il caldo sulla dorsale è pesante, mentre la mattina presto le lapidi bianche prendono la luce radente e la valle sotto è ancora in ombra. È anche l’unico momento in cui il posto è silenzioso: i pullman arrivano verso le dieci.

L’Indian Memorial e le lapidi di granito rosso

A poche decine di metri dall’obelisco c’è il monumento che ha cambiato il significato di questo posto, ed è recente.

Fino al 1991 il parco si chiamava Custer Battlefield National Monument e raccontava una sola metà della giornata. In quell’anno una legge del Congresso fece due cose insieme: cambiò il nome in Little Bighorn Battlefield National Monument e ordinò la costruzione di un memoriale per i nativi. I lavori cominciarono nel 1999, l’inaugurazione arrivò nel 2003, e le ultime iscrizioni sul granito furono completate nel 2013: ventidue anni dalla legge alla fine dei lavori.

Il memoriale è circolare, incassato nel terreno, con aperture verso i punti cardinali, e porta il motto “Peace Through Unity”. Onora i caduti di cinque popoli: Arikara, Apsáalooke (Crow), Arapaho, Cheyenne e Lakota, quindi anche quelli che quel giorno stavano dalla parte dell’esercito. Sopra il muro, ritagliata contro il cielo, c’è la scultura in bronzo Spirit Warriors dell’artista Colleen Cutschall, oglala lakota: tre guerrieri a cavallo e una donna che porge uno scudo a uno di loro. Le figure sono vuote all’interno, così che si vede il cielo attraverso, ed è una scelta precisa, perché nella tradizione delle pianure la silhouette contro il cielo è il mondo degli spiriti.

L’altra metà di questo cambiamento sta nell’erba, e passa inosservata a chi non sa cosa cercare. Nel 1999 furono piantate le prime due lapidi di granito rosso, per i guerrieri cheyenne Lame White Man e Noisy Walking, nei punti in cui erano caduti. Da allora se ne sono aggiunte altre, man mano che le ricerche identificano i caduti nativi. Il colore rosso lo scelsero le tribù, per contrasto con il marmo bianco dei soldati.

Camminare sul campo e trovare, ogni tanto, una lapide rossa accanto a quelle bianche è la cosa che di questo posto mi è rimasta più impressa. Ci sono voluti centoventitré anni perché comparisse la prima.

La strada panoramica fino a Reno-Benteen

Dal visitor center parte una strada che corre lungo la dorsale per 4,5 miglia, nove andata e ritorno, e finisce al Reno-Benteen Battlefield, cioè alla collina dove le sei compagnie sopravvissute resistettero per due giorni. Si percorre in auto, con alcune piazzole di sosta e pannelli lungo il percorso.

È la parte che molti saltano perché arrivano tardi, ed è un peccato: è lì che la battaglia smette di essere il mito dell’ultima carica e diventa quello che è stata davvero, cioè un assedio lungo, assetato e disperato a poche miglia da dove Custer era già morto.

Il Custer National Cemetery

Accanto al visitor center c’è un cimitero nazionale vero e proprio, che è cosa diversa dal campo di battaglia e viene prima: fu istituito nel 1879, e da allora ha accolto i caduti di altri forti dell’ovest e poi i veterani di tutte le guerre americane fino al Vietnam. Le file ordinate di lapidi bianche allineate qui sotto, viste dopo quelle sparse a caso sulla collina, fanno un effetto che vale da solo la mezz’ora in più.

I due sentieri a piedi

Chi vuole camminare ha due percorsi brevi e autoguidati, con una guida cartacea acquistabile al bookstore:

  • il Deep Ravine Trail, un quarto di miglio, circa quattrocento metri, che scende da Last Stand Hill verso il canalone dove venne trovato un gruppo di caduti;
  • il Reno-Benteen Entrenchment Trail, un miglio, circa 1,6 chilometri, che percorre le posizioni difensive dell’assedio.

Sono entrambi su terreno aperto e senza ombra: d’estate serve acqua e un cappello, e in primavera e in autunno il vento sulla dorsale è costante.

Info pratica: lungo il percorso ci sono stazioni numerate di un audio tour telefonico: si compone il 406-214-3148 e si digita il numero della fermata per ascoltare il racconto dei movimenti dei soldati e le testimonianze dei guerrieri. È gratuito, a parte il costo della chiamata, e con una eSIM americana funziona senza problemi. D’estate ci sono anche i programmi dei ranger, alle 9, alle 12, alle 14 e alle 15, compatibilmente con il personale disponibile.

La visita con le guide Apsáalooke, e perché cambia tutto

C’è un modo di visitare il campo che consiglio a chiunque abbia un’ora in più, ed è il tour in autobus delle Apsáalooke Tours, la società della nazione Crow che è l’unica ad avere un contratto con il parco per le visite narrate.

Sono bus con aria condizionata, la guida è nativa, si parte dal parcheggio del visitor center e si arriva fino a Reno-Benteen. La differenza non è nelle informazioni, che sono più o meno quelle dei pannelli: è nel punto di vista. Sentire la cronologia di quella giornata raccontata da qualcuno la cui famiglia è di qui, e che nomina i luoghi con i nomi che avevano prima, cambia il peso di quello che si sta guardando.

Info pratica: le Apsáalooke Tours sono operative da Memorial Day a Labor Day, con partenze alle 10, alle 11, alle 13 e alle 14. Costano 20 dollari per gli adulti dai 12 anni, 15 per senior e veterani, 10 per i bambini dai 5 ai 12. ⚠️ I biglietti si comprano solo di persona e solo il giorno stesso, al tipi accanto al parcheggio del visitor center: non esiste nessuna prenotazione online, né sul sito del parco né altrove. Per i tour privati, di una o due ore, serve invece contattarli con tre-cinque giorni di anticipo. Orari e disponibilità aggiornati sul sito ufficiale del monumento.

Biglietti, orari e quanto tempo serve

Qui arriva la parte pratica, e contiene una notizia che fa piacere a chi sta facendo il giro dei parchi dell’ovest.

VoceQuanto e quando
Veicolo privato25 $, valido 7 giorni
Motocicletta20 $
A piedi o in bici, dai 16 anni15 $ a persona
Van 7-15 posti / mini-bus 16-25 posti40 $
Pullman da 26 posti in su100 $
Pass federali America the Beautifulaccettati
Contantinon accettati, si paga solo con carta
Orario estivo (dal Memorial Day al Labor Day)8.30-17.30; strada panoramica e Last Stand Hill chiudono alle 17
Orario invernale (dal Labor Day al Memorial Day)8-16; sentieri e aree panoramiche chiudono alle 15.30

Le due righe da leggere due volte sono quelle in fondo alla parte tariffaria. La prima è che il pass America the Beautiful qui vale, ed è il contrario di quello che succede al Monte Rushmore, dove il parcheggio è gestito da un concessionario privato e il pass non copre niente: se state facendo il giro dei parchi con l’annuale da 80 dollari in tasca, a Little Big Horn entrate senza pagare altro. La seconda è che non si accettano contanti: è la stessa regola del Badlands National Park, e chi viaggia con qualche banconota d’emergenza resta fuori dal cancello.

Vale la pena sapere che il monumento aderisce alle giornate a ingresso gratuito del servizio dei parchi: nel 2026 sono il 16 febbraio, il 25 maggio, il 14 giugno, dal 3 al 5 luglio, il 25 agosto per i centodieci anni del National Park Service, il 17 settembre, il 27 ottobre e l’11 novembre.

Sul tempo, la regola che dà il parco stesso è chiara: un’ora o due per il minimo indispensabile, due o tre aggiungendo il cimitero, quattro o più per fare tutto con calma, sentieri compresi. E c’è un vincolo che rovina la visita a chi arriva tardi: d’estate bisogna essere al cancello entro le 16 per riuscire a percorrere tutta la strada panoramica prima che chiuda. Fuori dagli orari di apertura non si entra affatto, non esiste un accesso libero al campo.

Attenzione: le tariffe e gli orari qui sopra sono quelli pubblicati dal sito ufficiale del National Park Service, che resta l’unica fonte da controllare prima di partire: gli orari cambiano quattro volte l’anno e le giornate gratuite si decidono a inizio stagione.

Il campo a centocinquant’anni dalla battaglia

Se venite adesso, trovate un posto che ha appena vissuto la sua giornata più importante da decenni.

Il 25, 26 e 27 giugno 2026 il monumento e le nazioni tribali hanno commemorato insieme i centocinquant’anni dalla battaglia. La giornata del 25 si è aperta con la preghiera del capo Arvol Looking Horse e con una parata delle nazioni, con i rappresentanti di ciascun popolo coinvolto, seguita dal discorso del presidente della nazione Crow Frank White Clay; poi guardia d’onore tribale, sorvolo del 120th Airlift Wing della Guardia Nazionale del Montana, interventi di storici e voci tribali, dimostrazioni culturali.

La cosa più impressionante però era arrivata il giorno prima. La Pezishla Woksuya Memorial Ride, la cavalcata della memoria guidata da Arvol Looking Horse, ha percorso 360 miglia in quindici giorni ed è entrata sul campo di battaglia il 24 giugno 2026. Non è una rievocazione: è una cerimonia, e si ripete in forme diverse ogni anno intorno all’anniversario.

Attenzione: la rievocazione storica della battaglia non si tiene al monumento, e questa confusione fa perdere il pomeriggio a parecchi visitatori. Il National Park Service non organizza rievocazioni sul campo. Quella famosa è la rievocazione della famiglia Real Bird, giunta nel 2026 alla 34ª edizione, che si svolge su terreno privato lungo il fiume, fra Crow Agency e Garryowen, alle 13 nei giorni intorno all’anniversario (nel 2026 dal 26 al 28 giugno). Dura circa novanta minuti, costa 25 dollari per gli adulti e 15 per i bambini dai 7 ai 13 anni, gratis sotto i 7, e i biglietti si fanno solo al cancello.

Dove dormire se spezzate il viaggio

Little Big Horn si visita in mezza giornata e quasi nessuno ci dorme accanto, ma se arrivate da Rapid City e proseguite verso Yellowstone conviene spezzare la tirata. Le strutture qui sotto le abbiamo scelte con un criterio dichiarato: nessuna sotto l’8,5 di punteggio o le cento recensioni sui portali, e una per ciascuna delle tre soste che hanno senso su questa strada.

Dove dormire vicino a Little Big Horn: in quale zona

  • Hardin: il paese più vicino al campo, quindici miglia a nord. Scelta minima e pratica per chi vuole essere al cancello all’apertura, con pochissime alternative: in alta stagione si esaurisce.
  • Billings: un’ora a nordovest, la città più grande del Montana orientale, con l’aeroporto e tutti i servizi. È la base giusta se il giorno dopo si prosegue verso Yellowstone.
  • Sheridan (Wyoming): due ore a sud, sulla strada da e per le Black Hills. Comoda per chi fa il percorso al contrario e vuole arrivare al campo di prima mattina.

Dove dormire vicino a Little Big Horn: hotel e motel

  • Homestead Inn And Suites (Hardin): motel a quindici miglia dal campo, camere fino a sei ospiti. È la sistemazione più vicina al monumento con un punteggio decente, e sostanzialmente l’unica: se il piano è entrare all’apertura, si prenota con anticipo.
  • Boothill Inn And Suites (Billings): hotel a tre stelle con sistemazioni fino a tredici posti, quindi la soluzione per chi viaggia in gruppo o in famiglia allargata. Sta comodo alla superstrada per chi riparte presto verso ovest.
  • Sheridan Inn (Sheridan, Wyoming): un albergo storico di fine Ottocento, oggi nella Signature Collection di Best Western, con camere fino a sei ospiti. Se dovete fermarvi comunque a metà strada, tanto vale farlo in un edificio che di questo pezzo di West fa parte.

Due cose che negli Stati Uniti pesano più che altrove, e che su questa direttrice pesano il doppio. La prima è l’assicurazione di viaggio: qui si guidano centinaia di miglia al giorno su strade dove l’ospedale più vicino può essere a un’ora, e la sanità americana è la più cara del mondo, quindi un’assicurazione di viaggio per gli Stati Uniti con una copertura sanitaria seria non è un extra.

La seconda è la connessione. Gli Stati Uniti sono fuori dal roaming europeo e sulla I-90 fra il Wyoming e il Montana il segnale sparisce per tratti lunghi: arrivare già coperti con una eSIM per gli Stati Uniti serve per le mappe offline, e sul campo serve anche per l’audio tour telefonico.

Little Big Horn al cinema, e perché lo conosciamo tutti

C’è un motivo se un campo di battaglia in mezzo alla prateria del Montana è familiare anche a chi non ha mai messo piede negli Stati Uniti, e il motivo è Hollywood.

La prima versione, quella eroica, è They Died with Their Boots On di Raoul Walsh (1941), con Errol Flynn nei panni di Custer: è il film che ha fissato l’immagine dell’ufficiale biondo che carica a testa alta, ed è storicamente inaffidabile quasi in ogni scena. La seconda versione arriva trent’anni dopo ed è il suo rovescio esatto: Little Big Man di Arthur Penn (1970), con Dustin Hoffman, racconta la stessa battaglia dalla parte dei Cheyenne e trasforma Custer in un personaggio grottesco. Fra i due film ci sono la guerra del Vietnam e un cambio di sguardo dell’America su sé stessa, e si vede tutto.

Da noi però questa storia è arrivata prima e per un’altra strada. È arrivata con i fumetti, con i film western della domenica pomeriggio e soprattutto con i giochi: chi ha la mia età ha passato interi pomeriggi a fare gli indiani e i soldati, e il Settimo cavalleggeri e il generale Custer erano nomi che sapevamo prima di sapere dove fosse il Montana.

Ecco: è per questo che vale la pena venirci davvero. Perché salendo su quella collina, in mezzo alle lapidi bianche sparse nell’erba e a quelle rosse che qualcuno ha piantato solo nel 1999, quel gioco d’infanzia finisce di essere un gioco. E si capisce che il posto non è il monumento a una carica eroica: è il monumento a una vittoria che non è servita a niente, e a una perdita che non è mai stata restituita.

Info essenziali

  • Dove: Crow Agency, Montana, uscita 510 della I-90. Poco più di trecento miglia da Rapid City, circa un’ora da Billings.
  • Come arrivare: solo in auto, non ci sono treni né bus di linea al monumento.
  • Ingresso: 25 $ a veicolo per sette giorni, pass America the Beautiful validi, solo carta.
  • Quando andare: da maggio a settembre per avere ranger, tour Apsáalooke e orario lungo; fine giugno per le cerimonie dell’anniversario, ma con affollamento e alloggi esauriti.
  • Durata consigliata: da due a quattro ore, cimitero e strada panoramica compresi.
  • Da sapere: d’estate bisogna entrare entro le 16 per completare la strada panoramica.

Domande frequenti su Little Big Horn

Chi vinse la battaglia di Little Big Horn?

La vinsero i nativi americani. La coalizione di Lakota, Cheyenne settentrionali e Arapaho accampata sul Little Bighorn sconfisse il Settimo cavalleggeri il 25 e 26 giugno 1876, annientando le cinque compagnie al comando diretto di George Armstrong Custer. Fu una delle poche vittorie native nelle guerre indiane, ma non cambiò l’esito del conflitto: meno di un anno dopo la Great Sioux War era finita e le Black Hills erano perdute.

Cosa è successo a Little Bighorn?

Il 25 giugno 1876 il tenente colonnello Custer attaccò un enorme accampamento nativo sul fiume Little Bighorn, in Montana, dividendo il suo reggimento in quattro tronconi. Il villaggio contava circa ottomila persone e fra 1.500 e 1.800 guerrieri. Le cinque compagnie di Custer furono circondate e distrutte lungo la Battle Ridge, mentre le sei compagnie di Reno e Benteen resistettero assediate su una collina a quattro miglia di distanza fino al tramonto del 26 giugno.

Quanti soldati morirono a Little Bighorn?

Sull’obelisco di granito di Last Stand Hill sono incisi 263 nomi fra ufficiali, soldati, scout arikara e civili. Il totale dei caduti dalla parte americana è di 268, perché cinque feriti morirono dopo l’evacuazione dal campo. Le perdite native non sono mai state contate con precisione: le stime vanno da qualche decina a un centinaio di guerrieri.

Che fine fece il generale Custer?

George Armstrong Custer morì sul campo il 25 giugno 1876, insieme a tutti gli uomini delle cinque compagnie che comandava direttamente. Il punto in cui cadde è segnato oggi da una lapide di marmo sulla cima di Last Stand Hill. I suoi resti furono in seguito riesumati e sepolti all’accademia militare di West Point.

Che grado aveva Custer a Little Big Horn?

Era tenente colonnello, non generale. Il grado di generale era un titolo brevetto ottenuto durante la guerra civile americana, quando a ventitré anni era diventato il più giovane generale brevetto dell’esercito dell’Unione. Nel 1876 aveva 36 anni e comandava il Settimo reggimento di cavalleria con il grado effettivo di tenente colonnello.

Che significa Little Bighorn?

È il nome del fiume che scorre nella valle, affluente del Bighorn. Per i Lakota lo stesso fiume è Pȟežísla Wakpa, reso in inglese come Greasy Grass, l’erba grassa, per la rugiada pesante che al mattino rende scivolosa l’erba del fondovalle. Per questo i Lakota non chiamano quello scontro battaglia del Little Bighorn ma battaglia del Greasy Grass.

Quanto costa entrare al Little Bighorn Battlefield?

L’ingresso costa 25 dollari a veicolo privato ed è valido sette giorni, 20 dollari in moto e 15 dollari a persona per chi entra a piedi o in bicicletta dai 16 anni in su. I pass federali America the Beautiful sono accettati. Il parco non accetta contanti: si paga solo con carta. Il National Park Service prevede inoltre alcune giornate a ingresso gratuito ogni anno.

Quanto dista Little Big Horn da Rapid City?

Poco più di trecento miglia, quasi cinquecento chilometri, che sulla I-90 significano quattro ore e mezza di guida senza soste. Per questo conviene trattarlo come una gita a sé o come tappa sulla strada verso Yellowstone, non come un’aggiunta alla giornata delle Black Hills. L’aeroporto più vicino è quello di Billings, a circa un’ora.

Quanto tempo serve per visitare il campo di battaglia?

Il National Park Service indica da una a due ore per la visita essenziale a Last Stand Hill e all’Indian Memorial, due o tre ore aggiungendo il Custer National Cemetery, quattro o più per percorrere anche la strada panoramica fino a Reno-Benteen e i due sentieri a piedi. D’estate bisogna entrare entro le 16 per riuscire a completare la strada prima della chiusura.

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